
Sunil Gupta: fotografia intima che unisce arte e attivismo
La retrospettiva di Sunil Gupta alla Kettle's Yard di Cambridge, "Life with a Camera, 1970 – Now" (19 settembre 2026 – 31 gennaio 2027), ripercorre cinquant'anni di lavoro di un fotografo britannico-indiano che ha fatto della fotografia intima uno strumento di testimonianza personale e di attivismo sociale. Oltre 130 opere, tra street photography, ritratti e progetti commissionati, documentano le migrazioni di Gupta tra Delhi, Montreal, New York e Londra, seguendo il filo della sua vita privata e delle battaglie per i diritti queer che l'hanno attraversata.
I temi principali: vita queer, AIDS, post-colonialismo
L'opera di Gupta si snoda su tre assi tematici che si intrecciano costantemente. Il primo è la documentazione della vita queer attraverso la fotografia, dalle scene di intimità familiare alle proteste di piazza. Il secondo è l'attivismo contro l'AIDS, vissuto sulla pelle dell'artista dopo la sua diagnosi di HIV nel 1995. Il terzo è l'esperienza post-coloniale: la condizione di migrante tra India, Canada, Stati Uniti e Regno Unito, e la tensione tra tradizione e modernità che attraversa le comunità queer indiane.
La mostra, curata da Andrew Nairne, Guy Haywood e Susie Biller, è organizzata cronologicamente e raggruppata in serie tematiche. Si apre con i lavori degli anni Settanta — Friends and Lovers e Christopher Street (1976) — per chiudersi con immagini delle marce Trans+ Pride del 2025, offrendo così un quadro complessivo dell'evoluzione dei diritti LGBTQ+ in cinque decenni.
Fotografia intima come strumento di cambiamento
Che ruolo ha la fotografia intima nell'opera di Gupta? È centrale, quasi fondante. L'artista non osserva da una distanza sicura: si mette nell'inquadratura, espone il proprio corpo, le proprie relazioni, la propria vulnerabilità. La serie From Here to Eternity (1999), realizzata dopo la diagnosi di HIV, è l'esempio più compiuto di questo approccio. Gupta si ritrae nudo o seminudo in momenti di isolamento e cura, accoppiando questi autoritratti a immagini di locali queer e saune del sud Londra chiusi o in via di chiusura. Come osserva The Art Newspaper, queste immagini evocano il limbo in cui l'artista si trovava: ammalato e contemporaneamente escluso dagli spazi della comunità gay, mentre quegli stessi spazi scomparivano.
La forza delle fotografie sta nella soggettività: la connessione personale di Gupta con il soggetto — la sua "nudità" letterale e metaforica — è ciò che rende l'attivismo visivo efficace, senza scivolare nel didascalico.
Attivismo nell'arte: dalla strada alla legislazione
Come si manifesta l'attivismo nell'arte di Sunil Gupta? Non solo attraverso la rappresentazione, ma attraverso il confronto diretto con le strutture di potere. La serie Pretended Family Relationships (1985-1988) prende il nome dall'emendamento Section 28, promosso dal governo Thatcher, che proibiva alle scuole e agli enti locali di insegnare l'omosessualità come "finto rapporto familiare". Gupta giustappone ritratti di coppie queer a fotografie delle dimostrazioni contro la legge, mostrando come la semplice raffigurazione dell'amore omosessuale diventasse, in quel contesto, un atto di sfida.
In Exiles (1986-1987), realizzato a Delhi in risposta alla criminalizzazione dei rapporti omosessuali in India, Gupta costruisce immagini di uomini anonimi in luoghi di cruising iconici della capitale. È una risposta diretta alla soppressione dell'identità gay pubblica. Quasi trent'anni dopo, Mr Malhotra's Party (2007-2012) segna un cambio di registro: i soggetti guardano dritto in camera, fotografati in pieno giorno per le strade della città, durante un periodo di intenso attivismo per abrogare le leggi anti-gay indiane. Il passaggio dalla clandestinità di Exiles alla visibilità assertiva di Mr Malhotra's Party racconta una trasformazione politica e sociale profonda.
Tra Delhi e Londra: la dimensione post-coloniale
La fotografia post-coloniale di Gupta non è dichiarativa ma incarnata. Le sue migrazioni tra continenti — dall'India al Canada negli anni Settanta, poi a New York e infine a Londra — strutturano una pratica fotografica che attraversa geografie e identità senza risolverle in una sintesi netta. La serie Homelands (2001-2003) collega Delhi, Londra e Stati Uniti attraverso dittici costruiti con composizioni meticolose e prospettive mobili, suggerendo che " casa" è un concetto frammentato, non un luogo fisso.
La collaborazione con Charan Singh in Dissent and Desire (2015) porta lo sguardo all'interno delle vite queer contemporanee a Delhi, documentando reti comunitarie e spazi privati. È un lavoro che, insieme alle riflessioni di altri artisti sul colonialismo — come Hew Locke con la sua flotta simbolica — contribuisce a una rilettura critica dell'eredità coloniale attraverso il linguaggio visivo.
La mostra e il catalogo
La retrospettiva alla Kettle's Yard include oltre 130 opere, materiale d'archivio e lavori inediti. L'ingresso è gratuito (con prenotazione consigliata). Un catalogo pubblicato in occasione della mostra raccoglie saggi di Tausif Noor, Gregory Salter, Theo Gordon, Natasha Bissonauth e Gayatri Sinha, oltre a testi dello stesso Gupta, offrendo un quadro critico sul rapporto tra arte e attivismo nella sua pratica.
Il programma di eventi collaterali prevede incontri con l'artista e con il collaboratore Charan Singh, oltre a visite guidate con i curatori. Per chi si interessa alla fotografia contemporanea e alle sue implicazioni sociali, la mostra si colloca in un discorso più ampio sulla rappresentazione queer che include anche le recenti personali di Wolfgang Tillmans a Parigi.
Conclusione
Sunil Gupta dimostra che fotografia intima e attivismo non sono in contraddizione. La sua pratica, costruita su cinquant'anni di lavoro, mostra come la soggettività — l'esposizione del proprio corpo, delle proprie relazioni, della propria vulnerabilità — sia precisamente ciò che dà forza politica all'immagine. La retrospettiva di Cambridge rende giustizia a un percorso che ha documentato la vita queer e le battaglie per i diritti LGBTQ+ in India e nel Regno Unito, senza mai separare il testimone dal testimoniato.