
Ripensare i Canoni: Steven Heller Riflette sull'Evoluzione del Design
Steven Heller, leggenda del design e critico instancabile, ha trasformato una semplice pulizia di casa in una meditazione sui canoni che hanno guidato la disciplina per più di un secolo. Tra la muffa, le schede di spruzzo e le pagine ingiallite, l’autore ha riscoperto volumi dimenticati, annotazioni marginali e una vecchia bozza di recensione del 2012, per chiedersi quali opere e autori debbano ancora occupare il podio del design e quali, invece, meritino di essere riportati alla ribalta.
Quali libri stanno lasciando spazio ai nuovi canoni?
Nel suo racconto per Printmag Heller descrive il gesto quasi rituale di svuotare le mensole per poter trattare i volumi con prodotti anti‑muffa. Il risultato è una “biblioteca snella” in cui rimangono solo i testi considerati davvero essenziali. Tra questi, il progetto The Graphic Canon di Russ Kick, una trilogia che trasforma la grande letteratura in fumetto, emerge come esempio di come i canoni tradizionali possano essere rivisitati in chiave visiva. Heller osserva che, nonostante la crescente popolarità dei graphic novel, molte opere fondamentali – da Paradise Lost a L’Aeneide – sono ancora assenti da questo tipo di adattamento, suggerendo che la definizione di “canon” sia ancora in evoluzione.
Quando il canon diventa “caccia al tesoro”
Il processo di selezione di Heller non è puramente estetico; è anche pratico. Alcuni volumi, come le raccolte di fumetti del XIX e primi del XX secolo, sono destinati a una donazione alla SVA Library, mentre altri, più “personali”, vengono conservati per il loro valore emotivo. La scoperta di una bozza non pubblicata della sua recensione per The Atlantic (2012) è un chiaro segnale di come la storia del design sia costellata di frammenti sparsi, pronti a riemergere quando si decide di rimettere ordine.
I canoni dimenticati: una riedizione necessaria
Heller sottolinea che la lista dei “classici” è spesso incompleta. Le omissioni – ad esempio la mancanza di adattamenti grafici di Ulysses o di opere di George Eliot – rivelano una dipendenza da criteri di selezione tradizionali, spesso occidentali. La sua riflessione invita a una revisione più inclusiva, includendo testi non occidentali come Il racconto di Genji o la pièce inca Apu Ollantay, che raramente compaiono nei curricula di design occidentali.
Il ruolo delle annotazioni personali
Le pagine annotate di Heller mostrano come le note marginali possano diventare strumenti di critica. Scrive a margine dei libri, incrociando riferimenti storici, citazioni di teorici e brevi commenti sul contesto socio‑culturale in cui le opere sono nate. Questo approccio personale dimostra che la costruzione di un canone non è solo un atto accademico, ma anche un dialogo intimo tra lettore e testo.
Verso un canone più fluido
Il messaggio centrale di Heller è chiaro: i canoni non sono statue di pietra, ma strutture in continuo divenire. Mettere in discussione le “regole sacre” del design permette l’ingresso di nuove voci, prospettive e media. La sua esperienza di pulizia domestica diventa metafora di un più ampio processo di “decolonizzazione” del sapere visivo, dove ogni generazione ha il compito di rivedere, ampliare e talvolta smantellare le gerarchie consolidate.
Conclusione
Steven Heller ci ricorda che il design, come ogni forma d’arte, vive di tensione tra tradizione e innovazione. Riorganizzare la propria libreria è più di un atto di manutenzione: è un gesto di cura intellettuale che invita a interrogarsi su quali opere meritino di guidare il futuro della disciplina. Solo attraverso una costante revisione dei canoni – includendo testi dimenticati, prospettive non occidentali e nuovi linguaggi visivi – il design potrà mantenere la sua vitalità e la sua capacità di parlare a un pubblico sempre più diversificato.