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KANRI Arte e Fotografia

Ibrahim Mahama ricostruisce il passato per immaginare un futuro

5 min di lettura

Alla Fondation Cartier di Parigi, l'artista ghanese Ibrahim Mahama presenta The Harvest Season, una mostra che trasforma rovine industriali e oggetti storici in installazioni capaci di dialogare con il passato coloniale del Ghana e prefigurare nuove possibilità future. Al centro dell'esposizione, l'artista ricostruisce una fabbrica di bottiglie dismessa e propone una vasta assemblea di sgabelli Ashanti, invitando a riflettere sul significato della memoria e della resilienza. Questa iniziativa della Fondation Cartier Ibrahim Mahama segna un momento significativo per l'arte contemporanea africana sulla scena internazionale.

Un passato da riscrivere: la fabbrica di vetro

Una delle installazioni più imponenti e simboliche della mostra è Things Fall Apart, che ripropone una fabbrica di bottiglie di vetro costruita in Ghana nel 1966. Dopo decenni di tentativi di rinnovamento e privatizzazione, l'impianto era caduto in disuso. Mahama ha smantellato la struttura originale, recuperando materiali come le armature metalliche, gli stampi, le bottiglie e i frammenti di vetro, per poi ricomporli negli spazi della Fondation Cartier. L'opera è una riflessione diretta sulle promesse non mantenute dell'indipendenza ghanese e sulla capacità di trasformare le tracce del passato in strumenti per immaginare il futuro. All'interno dell'installazione, un'insegna al neon del 1961, originariamente creata per la fabbrica, campeggia come un ready-made che attraversa il tempo. Un altro elemento chiave è una "piscina" in mattoni rossi, allestita al piano inferiore, riempita con le bottiglie verdi che sarebbero state prodotte e sormontata da vasi di terracotta, a richiamare un'economia più antica della regione. Questa fusione di elementi industriali e artigianali, che include l'opera Season of Migration to the North, risponde alla domanda su come Ibrahim Mahama affronta il passato coloniale e il futuro del Ghana: l'artista non si limita a esporre il passato, ma lo smonta e lo riassembla, rendendolo un materiale attivo per la costruzione di nuove narrazioni.

Il Parlamento dei Fantasmi e la memoria collettiva

Altrettanto evocativa è l'installazione Parliament of Ghosts, un anfiteatro circolare composto da centinaia di sgabelli Ashanti in legno, acquisiti dall'artista nel corso di un anno. Questi sgabelli, carichi di storia e significato culturale, simboleggiano la democrazia fallita del Ghana sotto Kwame Nkrumah, dal 1957 fino al colpo di stato militare del 1966. Mahama sottolinea come sia la prima volta dal periodo coloniale che una tale quantità di oggetti viaggia verso l'Europa, ma non da una prospettiva coloniale, bensì come espressione di un'identità riappropriata. Le installazioni Ibrahim in mostra a Parigi non sono semplici reperti, ma dispositivi per attivare una conversazione critica sulla storia politica e sociale del paese.

La materia come archivio vivente

La pratica artistica di Ibrahim Mahama si fonda su un profondo interesse per la "vita sociale dei materiali". L'artista vede gli oggetti non come inerti, ma come custodi di narrazioni, relazioni e storie che si accumulano nel tempo. Dalle iconiche installazioni realizzate con sacchi di juta usati per il trasporto di merci, alle terrecotte e ai frammenti di vetro, ogni elemento è scelto per la sua storia preesistente. Come Ibrahim Mahama usa i materiali nella sua arte? Per lui, il deterioramento, le macchie e le crepe non sono difetti da correggere, ma parti integranti della storia del materiale stesso, capaci di raccontare più di una superficie intatta. Questa prospettiva permette all'artista di recuperare il passato non per congelarlo, ma per renderlo dinamico e rilevante per il presente e il futuro. La sua riflessione si estende anche alla fragilità intrinseca dei materiali, collegandola al ciclo vitale degli edifici e delle infrastrutture, e interrogandosi su cosa rimane e cosa si può ancora fare con ciò che resta.

Oltre l'esposizione: i centri d'arte in Ghana

L'impegno di Mahama va oltre la produzione artistica esposta nelle gallerie. L'artista reinveste i proventi delle sue vendite in Occidente per finanziare e sviluppare tre centri d'arte nel nord del Ghana, a Tamale: Red Clay, SCCA e Nkrumah Volini. Questi spazi, spesso realizzati riadattando edifici abbandonati o costruendo con materiali locali come i mattoni di terra rossa, sono concepiti come luoghi di creazione, trasmissione e pedagogia. Red Clay, il primo complesso finanziato dalla vendita della sua prima opera a Saatchi nel 2014, è un hub culturale aperto a tutti, anche ai bambini che lo attraversano per andare a scuola. Qual è il significato dei centri d'arte di Ibrahim Mahama in Ghana? Essi rappresentano un modello sostenibile di sviluppo culturale, radicato nel contesto locale, che contribuisce all'emergere di una rete di istituzioni indipendenti nel continente africano. Questi centri non solo offrono spazi per artisti emergenti, ma promuovono anche la trasmissione di conoscenze artigianali e la creazione di una comunità che possa "ricostruire un mondo da un punto di vista collettivo", come afferma lo stesso Mahama.

Una stagione di raccolta collettiva

L'esposizione The Harvest Season alla Fondation Cartier non è un progetto solitario, ma un'opera collettiva. Ibrahim Mahama ha invitato nove artisti e collettivi, per lo più ghanesi, con cui ha legami di collaborazione e ricerca. Tra questi figurano Dorothy Akpene Amenuke, Gideon Appah, James Barnor e Tjaša Rener, il cui libro da colorare "Once Upon a Time in Ghana" è disponibile in mostra. Questo approccio corale riflette la visione di Mahama sulla collettività e sulla solidarietà, temi centrali per il "Global South". L'esposizione, estesa a tutti i nuovi spazi della Fondation Cartier, integra opere site-specific e nuove versioni di installazioni iconiche, creando un dialogo tra le diverse voci e le diverse espressioni dell'arte contemporanea Ghana.

Conclusione

Con The Harvest Season, Ibrahim Mahama offre un'indagine profonda e strutturata sul peso della storia coloniale e sulle possibilità di un futuro costruito sulla riappropriazione e la trasformazione. Le sue installazioni, che spaziano dalla monumentalità delle fabbriche ricostruite alla delicatezza degli sgabelli Ashanti, non sono solo opere d'arte, ma piattaforme per la riflessione critica e l'azione collettiva. La sua pratica, che unisce la ricerca estetica all'impegno sociale attraverso i centri d'arte in Ghana, dimostra come l'arte possa essere un catalizzatore per il progresso e per la costruzione di nuove identità culturali, reinterpretando il passato come una risorsa modificabile e non un destino ineluttabile.