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Le donne che piangono di Hayv Kahraman: il pianto come linguaggio
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Le donne che piangono di Hayv Kahraman: il pianto come linguaggio

4 min di lettura

La galleria Pilar Corrias di Londra ospita "What cannot be said will be wept", la nuova mostra personale di Hayv Kahraman, artista irachena che esplora il dolore, la memoria e l'esilio attraverso una serie di dipinti raffiguranti figure femminili in lacrime. Le opere di Hayv Kahraman trasformano il pianto da semplice espressione di sofferenza a un linguaggio visivo complesso e un atto di resistenza, offrendo uno spazio per ciò che le parole non possono esprimere.

Il pianto come linguaggio e resistenza

Il titolo della mostra, "What cannot be said will be wept" (Ciò che non può essere detto sarà pianto), riassume il concetto centrale dell'esposizione. Nelle tele di Hayv Kahraman, il pianto non è solo un sintomo di angoscia, ma un mezzo per elaborare e comunicare un dolore profondo, sia personale che collettivo. L'artista stessa, in un testo che accompagna la mostra, descrive la modernità come una forza che ha imposto un senso di separazione dall'ambiente, dalla natura e da una conoscenza ancestrale. In questo contesto, il pianto diventa un rituale, un atto di devozione che permette al dolore di manifestarsi e di assumere una forma visibile. Le lacrime, descritte da Kahraman come "fili, perle, lacrime salate, gocce, oceani", si connettono in una rete cosmica che trascende il tempo lineare, suggerendo che il lutto è una fase necessaria prima della guarigione.

Memoria, esilio e la perdita della terra

L'opera di Hayv Kahraman è profondamente radicata nella sua storia personale. Nata a Baghdad nel 1981, ha vissuto l'esperienza dell'esilio come rifugiata curdo-irachena in Europa e poi negli Stati Uniti. Questa biografia informa la sua indagine sulla "body politics of migrant consciousness", un tema ricorrente nella sua produzione. La mostra attuale aggiunge un ulteriore strato di significato, collegando il dolore dell'esilio a una perdita più recente e personale: la distruzione della sua casa negli incendi di Los Angeles nel 2025. Questa esperienza ha ricreato un parallelo con la sua infanzia, quando a dieci anni fu costretta a fuggire dall'Iraq durante la prima Guerra del Golfo. Il suo lavoro esplora come i sistemi di violenza sistemica e occupazione separino le persone dalla terra, dagli antenati e da forme di conoscenza incarnate. Tale prospettiva, che lega la perdita personale a quella ecologica e ancestrale, trova riscontro anche nella ricerca di altri artisti che indagano la connessione tra identità e territorio, come Nengi Omuku dipinge utopie: la nuova ricerca pittorica dell'artista emergente.

Estetica e tecnica: miniature e immersione

Lo stile pittorico di Kahraman fonde l'estetica miniaturistica islamica con un linguaggio contemporaneo. Le sue figure femminili, caratterizzate da linee sottili e una grazia quasi coreografica, sono spesso raffigurate in posizioni contorte, inginocchiate o immerse in pozze di lacrime. I loro abiti presentano motivi tessili curdi, un richiamo alle tradizioni e all'identità. Un elemento tecnico distintivo della mostra è la tecnica della marmorizzazione: Kahraman immerge parzialmente le tele di lino in acqua e pigmento. Questo processo materiale riflette il tema dell'immersione e della resa a forze esterne, diventando un atto cerimoniale in cui lo spirito può emergere. La natura imprevedibile di questa tecnica non è un difetto, ma una scelta deliberata per avvicinarsi a una "conoscenza ancestrale" che supera la logica lineare.

Le figure femminili e la loro simbologia

Le donne dipinte da Kahraman sono protagoniste silenziose di un dramma interiore ed esteriore. Spesso non incontrano lo sguardo dello spettatore, suggerendo una contemplazione interna o una resistenza alla sorveglianza. Le loro lacrime non rimangono semplici gocce, ma si trasformano in elementi visivi, come perle infilate in un filo in Figure Threading Tear Beads (2026) o fiumi in cui i corpi sono sommersi. I capelli si fondono con le formazioni rocciose, i corpi diventano paesaggio, evidenziando il legame indissolubile tra l'umano e il naturale. La comunione tra queste figure, che si tengono per i capelli o si sostengono a vicenda nel dolore, suggerisce una forma di solidarietà e sincronicità nella sofferenza. Questo approccio all'espressione emotiva attraverso il corpo e il disegno ha affinità con la ricerca di artisti che, come Dalle ombre in matita: l'arte nascosta di Alejandro Aguliar Canela, esplorano le profondità dell'animo umano.

Conclusione

La mostra di Hayv Kahraman alla Pilar Corrias offre una riflessione sulla capacità del pianto di trascendere il dolore individuale e di diventare un potente strumento di espressione e connessione. Attraverso la fusione di estetiche tradizionali e contemporanee, e l'uso innovativo di tecniche pittoriche, l'artista crea un universo visivo in cui le donne che piangono non sono solo vittime, ma figure di resilienza che cercano di ricucire le fratture imposte dalla modernità e dalla violenza, riconnettendosi con la terra, gli antenati e una più profonda consapevolezza ecologica. Come riportato in un'esplorazione per Elephant.art, le opere di Kahraman offrono un sollievo paradossale, immergendo lo spettatore nel dolore per trovare una forma di mutua comprensione e accettazione.