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Fotografia

MoMA nomina Makeda Best a capo della Fotografia

Fonte: MoMA appoints Makeda Best - The Art Newspaper

La nomina di Makeda Best a Joel and Anne Ehrenkranz Chief Curator of Photography, effettiva dal settembre 2026, non è soltanto un avvicendamento di vertice, ma un segnale di profonda mutazione genetica per il Museum of Modern Art. In un’epoca in cui l’immagine circola in modo fluido tra schermi e piazze, la visione di Best promette di trasformare la più prestigiosa collezione del mondo in un formidabile strumento di indagine civica e politica.

Il Cambio della Guardia: Un’Istituzione in Transizione

L’annuncio, formalizzato da Christophe Cherix — David Rockefeller Director del MoMA e architetto di una nuova stagione curatoriale dopo il lungo regno di Glenn Lowry — sancisce la fine di una vacanza durata quasi quattro anni. Makeda Best succede a Clément Chéroux (ora alla guida della Fondation Henri Cartier-Bresson) e alla reggenza ad interim di Roxana Marcoci. Best approda a New York portando con sé l’onere di una tradizione monumentale: la gestione di un dipartimento fondato nel 1940, uno dei primi al mondo, che oggi custodisce un patrimonio di circa 35.000 opere.

Tuttavia, Best non è una scelta di continuità accademica fine a se stessa. Attualmente Deputy Director of Curatorial Affairs presso l’Oakland Museum of California, la sua carriera rappresenta una sintesi rara tra la pratica artistica (un MFA al CalArts) e il rigore storiografico (un PhD a Harvard). Questa dualità le permette di leggere la fotografia non solo come un "oggetto" da inventariare, ma come un medium in perenne stato di crisi, un attivatore di narrazioni che eccedono il perimetro della cornice per invadere il campo della sociologia, dell'ambientalismo e dei diritti civili.

La Fotografia come Strumento Civico: Oltre l'Estetica del 1940

Per comprendere la portata di questo incarico, è necessario guardare alla genesi del dipartimento. Secondo la "Chronology of the Department of Photography" del 1964, conservata negli archivi del MoMA, la missione originaria era quella di essere un "centro focale dove i problemi estetici della fotografia possono essere valutati" e dove il pubblico può studiare "la survey delle estetiche della camera". Nel 2026, Best si propone di scardinare questa visione puramente estetica.

Nella sua filosofia, la fotografia è uno strumento di visual literacy (alfabetizzazione visiva) indispensabile per navigare le complessità del presente. Non si tratta più di giudicare la "bellezza" di una stampa, ma di utilizzarla come lente per decodificare le dinamiche di potere. La curatrice ha più volte sottolineato come il museo debba fornire strumenti critici per interpretare un mondo dove le immagini non sono più solo appese a un muro, ma circolano in flussi sociali inarrestabili, influenzando la coscienza politica globale.

Il Metodo "ReFrame" e la Revisione delle Linee di Fuga

Uno dei contributi più innovativi di Best è l’iniziativa ReFrame, lanciata durante il suo incarico agli Harvard Art Museums. Il progetto non si è limitato a una riflessione teorica, ma ha agito sulla grammatica fisica degli spazi espositivi attraverso l’analisi delle "sightlines" (linee di vista). Le sightlines sono i punti focali architettonici che l'occhio incontra entrando in una galleria: colonne, pilastri e pareti di fondo che storicamente ospitavano i pilastri del canone bianco e maschile.

Sotto la guida di Best, opere iconiche come quelle di Jackson Pollock o i trittici di Max Beckmann sono state affiancate o sostituite da lavori di artisti come Kerry James Marshall e Kehinde Wiley. Questo approccio è cruciale per il "nuovo" MoMA, che dalla ristrutturazione del 2019 ha scelto di integrare la fotografia all'interno delle gallerie di pittura e scultura. Best porterà questa fluidità a New York, cercando di creare linee di fuga concettuali che mettano in discussione le gerarchie tradizionali e diano spazio a identità e storie che il canone ha a lungo silenziato.

Dalla Guerra Civile all'Emergenza Climatica: Il Documento del Rischio

La ricerca storica di Best è profondamente radicata nella capacità della fotografia di documentare il trauma e il cambiamento. Il suo lavoro su Alexander Gardner, fotografo della Guerra Civile americana, rivela una sensibilità verso il paesaggio inteso come documento politico. Gardner, un pacifista attivo nel movimento operaio internazionale, non cercava solo la cronaca bellica, ma l'impatto della modernità e del conflitto sulla terra.

Questa riflessione è culminata nella mostra Devour the Land: War and American Landscape Photography since 1970. Il titolo, tratto da una lettera del generale William Tecumseh Sherman — "Abbiamo divorato la terra" — evoca la distruzione sistematica delle risorse naturali come strategia militare. In questa esposizione, Best ha saputo collegare il militarismo storico alle emergenze ambientali contemporanee, evidenziando nella sezione "Resistance" come le comunità di colore e le popolazioni rurali siano state le più colpite dall'impatto tossico della presenza militare. La sua è una visione che unisce la storia personale (l'influenza della madre nel movimento per la giustizia ambientale) alla macro-storia della distruzione del paesaggio.

Lavoro e Identità: Recuperare l'Esperienza Umana

Il focus di Best si estende alle dinamiche del lavoro e della classe, come dimostrato dalla mostra American Job: 1940-2011 curata per l'ICP. Qui, l'indagine si sposta sulla risposta fotografica alle lotte sindacali e alle discriminazioni di genere. Un momento emblematico della sua analisi è la lettura dell'opera di Marion Post Wolcott, Cashiers Paying Off Cotton Pickers (1939).

Best invita l'osservatore a notare non solo l'interno dell'ufficio, ordinato e "stuccato" nella sua burocrazia, ma il dettaglio della mano di un lavoratore afroamericano che penetra in una piccola fessura del vetro per ricevere un buono. Quella fessura diventa per Best il simbolo di una deumanizzazione scritta nell'immagine ma spesso ignorata dai testi storici. È questo recupero dell'esperienza umana non scritta che definisce il suo mandato: la fotografia come archivio della resistenza.

Conclusione: Verso un MoMA del 2030

Con l’arrivo di Makeda Best, il MoMA si prepara a una trasformazione che va oltre il semplice allestimento. La fotografia smette di essere un'isola estetica per diventare il tessuto connettivo dell'intera istituzione. Cosa sarà il dipartimento di fotografia nel 2030? Probabilmente un laboratorio di analisi sociale dove le 35.000 opere della collezione fungeranno da bussola per orientarsi tra i flussi della circolazione digitale.

La sfida di Best è ambiziosa: trasformare il museo in una piattaforma di impegno civile, dove l'immagine è un attivatore di coscienza. In un mondo in cui la verità è costantemente messa in discussione dalla velocità della visione, la curatela di Best promette di restituire alla fotografia la sua funzione più nobile e pericolosa: quella di specchio inflessibile della nostra umanità.